Ieri sera abbiamo deciso di guardare il DVD che ci aveva prestato Mariagrazia, “Una canzone per Bobby Long” (2004, Shainee Gabel) con John Travolta e Scarlett Johansson. Il regista che in questo film ha curato anche la sceneggiatura e la produzione, è praticamente un esordiente in quanto le precedenti esperienze sono state collaborazioni a più mani.


La trama: (attenzione contiene il finale del film)
Una teen-ager approfitta della morte della madre, una cantante che non vede più da anni, per lasciare il ragazzo con cui trascinava una storia logora, e parte per andare ad abitare nella casa che ha ereditato a New Orleans. La trova occupata da due ubriaconi un cinquantenne con un passato da professore universitario ed il suo avvenente assistente trentenne. I due si dichiarano amici della madre e le mentono raccontandole che la cantante aveva lasciato loro l’uso di due terzi della casa (in realtà solo per un anno) per cui la ragazzina si decide a convivere con loro. L’interazione tra i protagonisti nasce difficile perché i due uomini cercano di allontanare la giovane in tutti i modi (Bobby le propone persino un rapporto sessuale a tre
– provocatoriamente?) ma pian piano tra di loro si crea una relazione più umana che nel corso di un anno si trasforma in amicizia, anche grazie ad un inespresso innamoramento reciproco tra Pursy e Lawson. Apprendiamo che Lawson sta trascinando da anni la redazione di una biografia di Bobby (che è molto ammalato) e questo sembra essere il collante che li tiene uniti. La comune frequentazione comporta reciproci vantaggi: la ragazza riordina e riorganizza la casa, i due indulgono meno su alcol e fumo e convincono la giovane a riprendere gli studi permettendole con il loro aiuto da ex-accademici di perseguire ottimi risultati. Quando Pursy scopre la verità sul lascito di sua madre, sentendosi tradita dai nuovi amici, scaccia i due dalla sua vita e dalla casa e decide di metterla in vendita. Durante il riassetto dell’abitazione le capita di leggere alcune lettere scritte (ma mai spedite ) da sua madre per lei ed il testo della canzone My heart was a lonely hunter” composta dalla cantante e scopre così di essere figlia dell’ignaro Bobby. Seguono la riappacificazione, la festa per il diploma, la morte di Bobby e la pubblicazione della sua biografia ad opera di Lawson.


La fotografia è curata e il film mostra belle immagini della New Orleans un anno prima della tragedia dell’uragano con i classici colori pastello della città; il regista mostra con aggraziata poesia il tragitto che Bobby percorre dal cimitero a casa, passando dal ponte e sul lungofiume che a volte è suggestivo, a volte appare degradato. Alle sue spalle vediamo passare case di legno, baracche e lussuose abitazioni, chiara testimonianza delle macroscopiche differenze di censo tra persone che vivono in strade vicine. Per sottolineare queste differenze la fotografia usa il grandangolo per le case povere, deformandone le linee e aggiungendo precarietà all’immagine, mentre usa il teleobbiettivo per le case bianche in stile neo-classico delle classi abbienti, mostrandone i colonnati perfettamente paralleli. Meno interessanti altre soluzioni narrative, come quando, per tradurre visivamente il passare del tempo, la regia fa ricorso al logoro espediente di mostrare molteplici immagini dell’orologio in primo piano mentre in secondo piano c’è la ragazza intenta a leggere alla fermata dell’autobus “The heart is a lonely hunter”, il libro caro a sua madre.
Il ragazzo di Pursy è tanto poco credibile nella sua ottusità quanto lo è Lawson nella sua correttezza, sono i due antipodi degli stereotipi maschili, entrambi quindi del tutto improbabili. Il personaggio femminile, invece, è un po’ più verosimile, quantunque, all’inizio del film mangi solo pessimi cibi confezionati (creme dolciarie, patatine fritte, ecc.) ma conservi un fisico asciutto, al contrario della maggioranza delle sue coetanee americane, il che è alquanto irreale. Pursy è aggressiva ma ingenua, insicura e testarda, proprio come sono gli adolescenti nella realtà. Benché l’attrice avesse solo venti anni nel 2004, però, non sembra affatto una ragazzina e a me è apparsa un po’ fuori posto nel suo ruolo.
Il film lascia nell’indeterminatezza molti punti della storia: la questione della ex-fidanzata di Lawson che secondo le malelingue era stata sedotta da Bobby, la lite a seguito della quale il professore resta menomato, lo strano rapporto
vagamente omofilo tra i due uomini,  basato sui sensi di colpa che l’anziano continua ad alimentare nel giovane,  l’angosciante racconto della scomparsa del figlio di Bobby, il motivo della fuga da New Orleans della cantante. Al contrario mi è sembrato molto romantico il modo in cui il regista descrive il delicato sentimento d’amore che nasce tra Pursy e Lawson, ma che rimane platonico e inconfessato a causa della relazione che lo scrittore intesse  con la barista. É intenso il gioco di sguardi, la gelosia reciproca mai dichiarata ma ben riconoscibile nelle micro variazioni delle espressioni facciali, talvolta mascherata come ingerenza del genitore  normativo ("Fa in modo che quella cerniera resti allacciata") o a parti invertite con il consiglio fintamente amichevole ("Invita a casa Georgianna, è molto che non passate la serata insieme").
Il film piace a coloro che amano le citazioni colte delle quali i protagonisti fanno un uso continuo, a volte in maniera palese tal altre velatamente come accade in una delle prime scene: Bobby Long (John Travolta) ammonisce con pedanteria Lawson Pine sul posto in cui sta parcheggiando, al che costui risponde “Non ho visto nessun divieto di sosta, signorina Daisy”, una allusione ed anche un omaggio al film “A spasso con Daisy”. Altre citazioni, ma di tipo letterario, sono più esplicite e hanno un preciso scopo narrativo perché sono funzionali a delineare il profilo culturale dei due personaggi maschili principali che le usano frequentemente sia per comunicare tra di loro sia per sfidarsi in una gara mnemonica. Di un comune amico gravemente ammalato Bobby dice a Lawson non senza un certo sussiego: “Sarebbe un incantevole cadavere”, frase che l’altro riconosce subito rimproverando il suo mentore per aver cercato di spacciare per sua una citazione da Dickens. In un’altra occasione il giochino viene riproposto su una frase di Molière: “Si muore una sola volta, ma per così tanto tempo!”. A memoria ricordo altre citazioni da Benjamin Franklin, Robert Browning, Dylan Thomas, T.S. Eliot. Questo è uno degli aspetti che mi convince meno: i due sono alcolizzati e abbrutiti dalla miseria e dal vizio ma ricordano perfettamente citazioni colte e gli scrittori che le hanno ideate (per quanto devo ammettere che mi è capitato di sentire un barbone ubriaco fare discorsi impegnati in un ottimo italiano). Tra l’altro è particolarmente fastidioso il tentativo della sceneggiatura di usare le citazioni come indicatori dello status culturale, quando a mala pena testimoniano una qualche erudizione. I due studiosi, infatti, benché sciorinino frasi di autori noti e facciano bella mostra di una ricchissima biblioteca, pensano e si comportano meschinamente, da alcolisti sfaccendati (per di più affetti da tabagismo) quali sono. E in effetti, il loro basso livello morale giustifica perfettamente la loro scorrettezza nei confronti della madre di Pursy Will e l’ingiustizia che perpetrano verso la ragazza.
Altri aspetti della trama sono poco verosimili, ad esempio la circostanza della presa in giro sul nome di Pursy, particolarmente fuori luogo quando il suo ex fidanzato, nuovamente rifiutato e ferito nell’orgoglio, si allontana definitivamente da lei limitandosi a definirla "Purslane", cioè “porcellana”, un
‘erba cattiva… Tipico di certi film americani è anche l’improvviso miglioramento scolastico della fanciulla che partendo dalla condizione di drop-out diventa un’alunna modello in un solo mese di duro impegno, come se lo spessore culturale di uno studente maturato in anni di assidua  preparazione si potesse condensare nella lettura di alcuni libri, in pochi consigli azzeccati e qualche lezione privata.
La colonna sonora si avvale di molta bella musica tipica del Sud degli States sia a commento, che purtroppo deve essere spesso sfumato per necessità narrative, sia come canzoni integrate nel tessuto diegetico, dando occasione allo stesso John Travolta di interpretare un paio di ballate blues. Certamente la presenza di un numero così alto di brani gradevoli è dovuta ad esigenze di marketing, ma credo che la sezione musicale contribuisca notevolmente a suggerire la giusta ambientazione.
Il cognome della cantante e di sua figlia è Will, una parola che in inglese evoca una lunga serie di concetti ed emozioni in quanto significa testamento, volontà, desiderio ed è l’ausiliare usato per formare il futuro. Secondo me la scelta non è casuale, perché, in qualche modo, tutte queste accezioni hanno una relazione con la trama.
Il film è anche costellato di discrete trovate, dei piccoli cammei sparsi qua e là, come la bandiera americana sottosopra che fa capolino da uno dei cortili di New Orleans.
Nel complesso il film mi è piaciuto, ma non lo consiglierei a chiunque: John Travolta piange ancora come faceva in "Grease" e persino Scarlet Johansson che è più brava di lui, non convince del tutto nella sua interpretazione. Ma il vero punto debole del film è la trama: la ricerca del padre in un luogo dell’infanzia ricorda tanto "Io ballo da sola" e così il gioco di intuire chi possa essere il genitore segreto ha quel sapore del "già visto" che fa perdere
allo spettatore ogni tensione quando poi arriva immancabile l’agnizione finale. Banale.postamble();