Al teatro all’aperto di Poggio Berni.

Con Serena, Maria, Chiara e Cecilia.

Un cantastorie (Ferruccio Filipazzi) alla vecchia maniera che racconta con una voce profonda storie semplici per bambini, senza nascondere un intento educativo. Alterna la narrazione con alcune canzoni, il più delle volte accompagnate in maniera non impeccabile con la sua chitarra classica, altre con basi registrate. Le canzoni sono poco elaborate, quasi banali riproposizioni di altro materiale sonoro (si potevano riconoscere lacerti di “Norwegian Wood”, “zia che sta a Forlì” e altre melodie note) e continue ripetizioni che perfino alcuni bambini hanno trovato poco stimolanti, al punto da abbandonare lo spettacolo per dedicarsi a più gratificanti attività motorie negli ampi spazi del teatro all’aperto di Poggio Berni.

Si avvale della collaborazione di un grafico (Massimo Ottoni) che lavora a un banco multimediale: disegna in tempo reale le figure evocate dal racconto su un piano retroilluminato mediante della sabbia (vi ricordate la pubblicità dell’ENI?). Probabilmente è questo l’aspetto più interessante dello spettacolo perché il narratore visuale incarna nelle due dimensioni dello schermo i personaggi del narratore verbale e passa da uno all’altro dei suoi dispositivi: dalla sabbia sul piano illuminato alla videocamera, dalla ripresa distorta di un video metropolitano ad un gioco di ombre fatto con figure di carta ritagliata appoggiate solo in parte sul piano luminoso e mosse con maestria per farle diventare dei veri cartoni animati in tempo reale.

Nel complesso, mentre il lavoro di Massimo Ottoni ha riscosso entusiasmo durante lo spettacolo e curiosità dopo, la parte di Ferruccio Filipazzi non ha sortito particolare fascinazione sui bambini, che ormai sono abituati a ben altri canali comunicativi, tradendo forse più un percorso intimista che ricorda la recherche proustiana che non ad una staffetta ereditaria tra le generazioni, il cui testimone è la crescita umana e culturale, come la metafora del fiume sembra far intendere.