In compagnia di Marika e Matteo nel sagrato Tempio Malatestiano colmo di spettatori; molti di essi sono rimasti in piedi o seduti a terra, fino alla fine dell’evento.

Il pubblico era eterogeneo come hanno dimostrato gli applausi, in occasione dei passaggi più controversi, non sempre condivisi da tutti. Persino i giovanissimi, tuttavia, sono rimasti composti nonostante per loro l’argomento non fosse accattivante; il frate che ha introdotto l’artista con belle parole, poi non è sembrato entusiasta delle sue parafrasi, delle parolacce e delle storielle, un cliché stilistico ormai usuale per il colto uomo di spettacolo.
Moni Ovadia ha parlato dell’esodo, non nel senso della cronaca sulle migrazioni né del turismo dei villaggi ma nell’accezione di viaggio di ricerca verso l’obiettivo più alto e difficile: sé stessi. Ovadia ha raccontato una versione un po’ irriverente del Vecchio Testamento passando dal primo omicidio descritto nel libro, alla “legatura” di Isacco (di cui l’attore propone una rilettura come una abile messa in scena ad uso degli sprovveduti pastori, per convincerli a rinunciare ai sacrifici umani), dal racconto mosaico (il pastore balbuziente, nato da un “cornetto” della faraona) con i suoi trucchi di prestigiatore alle pasque celebrate dal giovane Gesù (“lui festeggiava la NOSTRA Pasqua”, dice ammiccando l’attore ebreo).
Non è mancata la sua tipica storiella di Bill Gates che dovendo scegliere nell’aldilà tra Paradiso, Purgatorio e Inferno finisce a causa della troppa foga per essere ingannato dall’accattivante screen-saver dell’Inferno.
Per finire con la sua consueta benedizione del saltimbanco: “che il Santo Benedetto vi benedica, soprattutto se non ci credete, perché da lunghi studi e frequentazioni possiamo ora affermare con ottima approssimazione che il Santo Benedetto sopporta con rassegnazione i credenti ma predilige decisamente gli atei.”
Applausi